Serena Sinigaglia alla co-direzione artistica del Carcano, insieme a Lella Costa: ecco il discorso di presentazione.

Gentili amici,
dopo quanto si è abbattuto su di noi, non si può tornare a “come era prima”.
Se dalle disgrazie, di cui spesso siamo in larga parte responsabili, non impariamo il cambiamento, rischiamo davvero l’estinzione.

Per quanto mi riguarda, sono giunta nel mezzo del cammin della mia vita.
25 anni di teatro, molti spettacoli di prosa e di lirica alle spalle, mille avventure e incontri.
Era ora di cambiare o più precisamente di provarmi in un impegno nuovo, diverso dai consueti.
La stima umana e professionale che provo per Lella, Mariangela e Carlo ha fatto il resto.
Ho accettato la proposta con gratitudine, orgoglio e certo un pizzico di paura. Chi non ne avrebbe?

Parliamo ora del Carcano. 
Le mie sono visioni e dichiarazioni di intenti che potranno prendere corpo (e di conseguenza modificarsi) solo nel corso dell’esperienza.
Subentrare nella direzione artistica di un teatro storico e tanto importante come il Carcano richiede tempo e ascolto.

E noi siamo solo all’inizio.
Il 2022 sarà senz’altro un anno di passaggio dove prendere le misure e cominciare a scrivere una nuova storia, che poi, a dire il vero, io la penso alla maniera dei greci ovvero “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”.
In questa trasformazione, dunque, che è il sale della vita, c’è il senso del lavoro che mi e ci aspetta.
Credo che abbiamo un compito serio, una sfida imponente, un sogno bellissimo e per questo esaltante.
Il teatro è lo specchio di un’epoca, l’epoca in cui quel teatro “accade”. Così dice Amleto ai comici.
Dunque è da qui che dobbiamo partire.

Oggi il concetto di centro e di periferia non sono più distinguibili, le categorie hegeliane lasciano il posto a teorie diverse. Centro è ovunque pulsi la vita, non importa che tu sia a Baggio o in piazza Duomo, importa che accadano fatti di qualità umana, che si creino comunità accoglienti e pensanti, che si generi energia vitale.
Corpi sani, corpi che attraverso l’incontro si rigenerano.
Il paradosso che spesso riscontro è che nelle metropoli odierne il centro è molto più svuotato di vita e di identità delle periferie. Soffre di una forma tutta sua di alienazione. Un vuoto da riempire.

Un teatro, oggi più che mai, non può prescindere dal lavoro sul territorio e sul suo pubblico.
Il teatro è un luogo che deve diventare essenziale nella vita del quartiere e della città ben oltre l’orario di apertura serale.
Lo spettacolo non è più il fatto centrale o meglio lo diventa solo a patto di essere accompagnato da tutta una serie di attività meta-teatrali quali laboratori, feste, incontri, presentazioni, dibattiti, confronti, pranzi, cene, aperitivi, merende e visioni che sappiano intersecare il rito serale con l’ordinario quotidiano.

Sogno un Carcano aperto sempre, dove le persone sappiano di poter essere accolte in ogni istante della giornata, un teatro frequentato da tutti: il passante occasionale attirato da un luogo che offre asilo senza chiederti necessariamente qualcosa in cambio e il frequentatore abituale che finisce per sentire questo luogo come casa sua.

E ancora.
Milano è una città che conta più di 3.000.000 di individui. Il mio interesse come direttore artistico e come regista e pure come cittadina di una città che amo e in cui vivo si rivolge a tutti coloro che non vanno normalmente a teatro.
I frequentatori abituali dei teatri e di questo teatro in particolare li ritengo compagni di viaggio, oserei dire quasi colleghi che possono lavorare sul campo, accanto a noi, per estendere la consapevolezza e l’amore per l’incontro dal vivo, per il miglioramento di qualità di relazione, per ingaggiare nuovo pubblico.
La logica nei confronti degli altri teatri non sarà di natura competitiva (anche se so che il sistema ci obbligherà a volte a doverla seguire). La logica sarà di natura complementare, collaborativa e assolutamente trasversale: che servizio può offrire un teatro come questo, di 1000 posti, vicino alla Statale e al Policlinico? Che cosa manca a Milano? Che cosa manca nel ricco e fertile panorama teatrale milanese?

Il lavoro mio e dei miei compagni di viaggio consisterà, dunque, nell’individuare con la maggiore esattezza possibile quelle mancanze e nel tentare di colmarle.
Un teatro da 1000 posti non deve essere un peso ma un’opportunità per la città e per la comunità teatrale.
Come centro di produzione il Carcano dovrà stare in equilibrio tra i titoli classici e i contemporanei, scardinando la logica del nome per il nome, scardinando tutti i binomi contrapposti: commerciale-ricerca, tradizione-innovazione, popolare – radical. Si procederà per contaminazione, per mescolanza, per meticciato! Il contenuto e il percorso proposto saranno al centro della nostra attenzione. In un’ottica di trasversalità che da sempre caratterizza il mio percorso artistico.
Non è il teatro di Serena Sinigaglia e Lella Costa, è il teatro di tutti coloro che parteciperanno al progetto politico e culturale proposto nel suo insieme: muovere un cortocircuito vitale e gioioso.
Un teatro nazional popolare in senso gramsciano, che si rivolga alle urgenze e alle necessità del momento.
Un centro di produzione capace di proteggere i propri artisti e garantire durata alle collaborazioni. Non eventi a spot ma un cammino che si sviluppa nel tempo in grado di radicare un rapporto più profondo e continuativo col proprio pubblico.

E in ultimo ATIR. La mia casa senza casa, la mia famiglia artistica.
Dopo 25 anni il gruppo è in grado di proseguire senza la mia presenza costante.
I profili artistici, tecnici, organizzativi di cui ora è dotato possono garantire la durata del progetto, così come è stato nel corso di questi ultimi anni dove io ero quasi sempre in giro per il mondo a fare regie.
Tutti siamo insostituibili, nessuno è indispensabile.
E cambiare fa bene. Evita di ripiegarsi sulle stesse dinamiche, di implodere fino a scoppiare.

ATIR sarà un prezioso ed importante compagno di viaggio del Carcano. Pur mantenendo la propria autonomia e la propria identità storica, avrà finalmente un tetto sotto cui ripararsi finchè il Ringhiera non sarà pronto. Cosa che temo non accadrà fino al 2025.
Oltre a proseguire coi laboratori e le attività di presidio in zona cinque e in Piazza Fabio Chiesa, ATIR avvierà un progetto di monitoraggio e ingaggio delle realtà presenti in questo territorio.
Ne capterà i bisogni, ne ascolterà le voci.
Avvierà laboratori specifici per il pubblico “storico” del Carcano e progetti ad hoc per le scuole del quartiere.
Proviamo ad immaginare: un vecchio abbonato di questo teatro troverà insieme agli spettacoli della stagione la proposta di un laboratorio annuale di teatro, potrà di fatto essere pubblico e attore del Carcano.

ATIR, poi, continuerà a produrre in autonomia i propri spettacoli, girando per i teatri milanesi che vorranno ancora accoglierli in quell’ottica di gentile ospitalità che la compagnia ha conosciuto da quando il Ringhiera è chiuso. Non mi stancherò mai di lodare lo spirito collaborativo e inclusivo dei teatri milanesi! 
Accanto a tutto questo, ATIR co-produrrà col Carcano ed altri partner un grande spettacolo l’anno.
Infine sarà protagonista nell’animare il foyer e nel proporre attività parallele alla stagione, funzionali a quella contaminazione di vissuti che ci sta tanto a cuore.

Insomma questo incontro incredibile, assurdo, tra due realtà apparentemente all’opposto, sarà motivo di arricchimento umano e artistico. Un nuovo approdo festoso per un coro che dura da 25 anni.

Lunga vita ad ATIR!
Lunga vita al Carcano!

Buon lavoro a tutti.
Serena Sinigaglia

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